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Parte l’iter normativo per reintrodurre la sede dello stabilimento in etichetta

Il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di disegno di legge di delegazione europea che contiene la delega per reintrodurre a livello nazionale l'indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento di produzione o confezionamento per i prodotti alimentari.

L’obbligo di indicazione della sede dello stabilimento riguarderà gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato italiano. 

La posizione dell’Italia è essenzialmente basata sul fatto che l’indicazione della sede dello stabilimento in etichetta è legata ad una migliore tutela della salute dei consumatori e proprio in tal senso il Reg. (CE) 1169/2011 la lasciato uno spiraglio decisionale agli Stati membri a patto che le disposizioni nazionali non vietino od ostacolino la libera circolazione delle merci.

D’altra parte, la sola informazione del nome dell’operatore 'responsabile' (l’unica oggi obbligatoria) non consente (in caso di crisi e allerte sanitarie) di poter individuare immediatamente l’effettivo luogo di produzione e/o di confezionamento dei prodotti alimentari e conseguentemente rende difficile l’immediata predisposizione di controlli.

Senza contare che, dal punto di vista di marketing, la non obbligatorietà della sede dello stabilimento potrà potenzialmente favorire le imprese e le multinazionali agroalimentari che potranno più facilmente pensare ad una delocalizzazione della produzione, operazione che ovviamente non sarebbe evidente agli occhi del consumatore.
 
Si tratterebbe di un’indicazione facoltativa (in effetti molte imprese alimentari hanno lasciato l’indicazione della sede dello stabilimento in etichetta) ma, soprattutto per le PMI, verrebbe a mancare un termine di paragone rispetto ad altri prodotti alimentari le cui etichette non riportano il reale luogo di produzione e/o confezionamento.
Il territorio di produzione, in altri termini, rischia di non giocare più il ruolo di fattore strategico e di orientamento delle scelte commerciali del consumatore.

Tra l’altro, proprio dal punto di vista del consumatore, l’esito della consultazione pubblica on-line proposta dal Mi.P.A.A.F. è piuttosto chiaro: il 90% del campione (circa 26 mila italiani che hanno risposto alla consultazione) ha detto che vuole leggere la provenienza chiaramente indicata sui prodotti che consuma.

Le motivazioni ci sono anche se è opportuno riflettere sugli effetti, in termini di competitività per le imprese, che una norma di portata nazionale potrà avere rispetto al maggiore margine di manovra (condivisibile o meno) di cui disporranno i partner commerciali europei. 

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